La ragazza del pane

  Cara lettrice, caro lettore,

  «La ragazza del pane» è nato come racconto d’appendice per Instagram. Ora puoi leggerlo qui in una versione rielaborata appositamente per il mio sito.

  La storia si svolge nella Granada del 1920 e ha per protagonisti due personaggi che popolano il mondo narrativo del mio giallo storico, ancora inedito.

  Spero che stuzzicherà la tua curiosità, e ti regalerà momenti di svago e riflessione

  Buona lettura!

Nota: Avrei voluto mantenere il corsivo delle parole in spagnolo, ma non è stato possibile per problemi tecnici.

30 settembre 1920 – ore 06:00, Albaicín (antico quartiere arabo di Granada)

  Era un frizzante mattino d’autunno. Lola si trovava a metà della salita che conduceva agli eleganti cármenes dell’Albaicín basso. Con un gesto rapido bloccò il carretto, che stava trascinando su per la scalinata dagli ampi gradini, e si fermò a riprendere fiato. Guardò il fiume Darro che scorreva nel fondovalle, una cinquantina di metri più in basso e — sorpresa di sentirsi serena — si accorse che stava sorridendo.

  Chi l’avrebbe detto, solo pochi giorni prima, che la sua vita avrebbe preso quella piega? Ora dormiva in un vero letto e, con ogni giorno che passava, si svegliava un po’ meno all’erta. Non voleva pensarci, al tempo di prima: a ciò che aveva nascosto dove non arrivano le parole, ma restano i tremiti. I padroni la trattavano bene e tutto sembrava andare per il meglio. Cos’altro poteva desiderare? Eppure, una sottile inquietudine le si insinuava tra i pensieri, come un presagio. Si chiese quanto sarebbe durata quella quasi- felicità, e che pericoli la attendessero nell’ombra.

  Alzò lo sguardo verso la sagoma dell’Alhambra, già nitida nella luce del mattino, inspirò profondamente e riprese la salita, trainando il suo carico di consegne a domicilio.

  Dai cesti coperti da teli di lino, il pane appena sfornato emanava un profumo invitante, che le faceva venire l’acquolina in bocca. La tentazione di sfilare uno dei soffici suizos era forte, ma resistette: ora che aveva trovato un impiego dai padroni gentili, non voleva certo rischiare di perderlo per un panino ricoperto di zucchero. Prima di partire per il giro mattutino, qualcosa da mangiare le veniva sempre allungato, eppure lei non si sentiva mai davvero sazia. “Come sono fortunate le señoritas” pensò, “che possono papparsene anche due o tre o di più, se vogliono!”

  Giunta all’entrata del Carmen del Azahar, aprì la porticina di servizio che dava sul giardino. Aveva appena messo piede sul lastricato che conduceva alla casa, quando la cuoca uscì dalla cucina e le andò incontro. Era bassa e camminava a passetti marziali, facendo ballonzolare i rotoli di grasso e il seno, incontenibile e ondeggiante, come in una danza tutta loro. Lola trattenne a stento una risata, che mascherò con un sorriso di saluto. Le consegnò il paniere, che la donna prese con fare altezzoso, restituendole quello vuoto del giorno prima senza proferire parola. La garzoncella girò su sé stessa e si allontanò, pensando — come ogni mattina — che con quel caratteraccio era impossibile che cucinasse bene, convinta com’era che la “mala leche”, l’acredine, finisse nel cibo.

  Riprese il suo giro, ma dopo pochi metri una ruota s’incastrò nell’acciottolato. Fece leva con le braccia, cercando disperatamente di mantenere l’equilibrio. Filoni di pane, pagnotte e suizos (i panini al latte), stavano per rovesciarsi a terra, quando un uomo accorse in extremis a sostenere il carretto. Nell’istante stesso in cui lo ringraziò, guardandolo in volto, la ragazzina rabbrividì. Sotto la bocca, una cicatrice arcuata, coperta di escrescenze rossastre, gli solcava il mento come un sorriso rovesciato. Tuttavia, a gelarle il sangue furono il sorriso vero, dai denti appuntiti e, soprattutto, lo sguardo da lupo affamato.

  «Appena in tempo, eh, bella?!»

  Si accucciò per controllare eventuali danni e la rassicurò:

  «Non c’è niente di rotto.»

  Lola accennò un ringraziamento e si affrettò a ripartire.

  L'uomo la seguì con lo sguardo mentre si allontanava con il suo carico. Qualche minuto prima l'aveva vista arrancare su per la collina. Lui, intanto, si godeva l'ultima sigaretta. Di lì a poco si sarebbe coricato, “dopo una notte di lavoro”, come amava chiamare la sua attività notturna. La figura esile ma vigorosa, dal corpo che s’intuiva sodo sotto l’abito, lo aveva stregato. D’istinto, si era nascosto in una rientranza per osservarla. “Forse sono stato precipitoso”, si disse il «Rajao» (‘lo sfregiato’, come veniva chiamato), ma il piccolo incidente era stato un vero colpo di fortuna. Non aveva saputo resistere: era corso ad aiutarla solo per guardarla meglio. E ci aveva visto giusto, perché da vicino si era rivelata un’autentica bellezza! Decise di seguirla. Al diavolo il sonno. Avrebbe dormito dopo.

  Attento a non farsi scoprire, le rimase alle calcagna su per i vicoli dell’Albaicín basso e, al ritorno, giù verso il Darro. Ma una volta nel fondovalle fu costretto a fermarsi: la strada lungo il fiume era ancora poco transitata e rischiava di essere visto. La soluzione arrivò mentre Lola faceva una consegna in un elegante palazzo affacciato sull’acqua. Il Rajao si calò la coppola sul viso e, non appena la ragazzina entrò nell’edificio, sgattaiolò lungo il Paseo de los Tristes; attraversata Plaza Nueva si appostò nei pressi della chiesa di Santa Ana. Da quella posizione avrebbe potuto seguirla qualunque direzione avesse preso. Di lì a poco, udì il rumore delle ruote sul selciato e la vide sfilare per la piazza in direzione a Cuesta de Gomérez, verso il bosco dell’Alhambra.

  A dispetto della pendenza, Lola camminava spedita. Le consegne erano quasi finite e il carretto era ormai leggero. Risalita per alcuni minuti la collina della Sabika, si fermò davanti a un piccolo carmen. Stava per tirare il cordone della campanella, ma la porta si aprì e una mano le bloccò il gesto a mezz’aria. Era María del Carmen, sorella di Manuel de Falla, che prese il cesto e congedò la piccola con il consueto e sbrigativo:

  «Il Maestro attende i suizos per far colazione».

  Dal piano superiore della casa, le note del pianoforte si diffondevano fino in strada.

  Sbrigate senza intoppi le ultime consegne, la garzoncella tornò sui propri passi e, con lo stomaco che brontolava, si diresse verso il centro della città. Aveva un solo pensiero: la colazione che la padrona preparava di persona.

  Lo sfregiato — sempre più impaziente — era rimasto appostato, in attesa. Appena la vide svoltare l’angolo, la seguì lungo via Reyes Católicos. Le campane di Santa Ana avevano appena battuto le sette e mezza. Il via vai era aumentato e lui poté mescolarsi ai passanti senza temere di essere notato.

  Dopo una ventina di minuti, vide la ragazzina imboccare una stradina laterale ed entrare da una porta di servizio all’angolo con Plaza del Carmen. L’uomo passò alla via principale e lesse l’insegna sulla facciata. “Ah, quindi è per i pasticcieri svizzeri che lavori…”

  «Bimba, sei mia», mormorò tra i denti.

  Soddisfatto del proprio fiuto, ritenne di essersi meritato un bel sonno ristoratore tra le morbide braccia di Teresita, su al Cuevas de Juan, il postribolo al limitare del Sacromonte dove viveva.

30 settembre – ore 18:00, Cuevas de Juan (bordello al confine tra Albaicín e Sacromonte)

  Quel pomeriggio, svegliatosi prima del solito, il Rajao obbligò un’assonnata Teresita ad alzarsi per preparargli il caffè e scaldargli l’acqua. Dopo essersi lavato e rasato, per l’occasione, indossò abiti puliti. Come tocco finale, si annodò al collo un fazzoletto di seta, che considerava il massimo dell’eleganza.

  Affidate le ragazze alle cure del suo socio, il gestore della casa chiusa, si incamminò impettito verso il centro. Poco prima che le botteghe chiudessero, si appostò nei pressi della porta attraverso cui aveva visto scomparire la ragazza del pane col carretto. Per avvicinarla senza che si spaventasse, avrebbe usato la scusa di sempre: un invito al ristorante. Con quelle bambine povere e affamate funzionava sempre. Aveva fretta di portarla con sé e, chissà, forse quella stessa sera sarebbe riuscito a incantarla e trattenerla con sé tutta la notte. E la mattina dopo che se la sbrigassero da soli, i suoi padroni, a distribuire il pane. Obbligare una così bella bimba a simili fatiche era una vergogna. Uno spreco!

  Dopo mezz’ora d’attesa, durante la quale si arrotolò e fumò diverse sigarette, sputacchiando tutt’intorno, l’uscio si aprì: ne uscì una donna bruna sui trent’anni, che lo superò con passo deciso senza degnarlo di uno sguardo. Aspettò ancora, invano. Non comparve più nessuno.

  Si era ormai fatto buio. Quanto la facevano sgobbare, quella povera creatura? Il tempo passava e lo sfregiato cominciò a temere che la garzoncella avesse finito la giornata prima del suo arrivo. Oppure… Ma certo! Come aveva fatto a non pensarci? Doveva abitare lì! Era piuttosto comune tenere le servette in casa. Questo complicava le cose: avrebbe dovuto lavorarsela al mattino presto, durante la consegna del pane. Per lui, che gestiva i suoi affari di notte, andare a letto dopo le sette del mattino non era allettante, ma quella ragazza ben valeva qualche ora di sonno. Non era certo uno che si tirava indietro, lui, quando c’era da lavorare! Sulla via del ritorno verso il Cuevas de Juan, al confine tra l’Albaicín e il Sacromonte, si mise a rimuginare: “Come ti acchiappo, bimba?”

2 ottobre – ore 08:00, due giorni dopo che Lola e il Rajao si sono incontrati nell'Albaicín

  Erano sdraiati sul miglior letto del Cuevas de Juan e lo sfregiato stringeva a sé la ragazza del pane, accarezzandola con voluttà. Lei gli sorrideva maliziosa e si lasciava fare, senza timidezza né sorpresa. Per convincerla a seguirlo non era stato necessario alcun sotterfugio: lei lo aveva guardato dritto negli occhi e, infilando la mano nella sua, gli aveva detto:

  «Portami a cena. Dopo... si vedrà.»

  Stava per sfilarle la camiciola quando sentì un fastidio alla spalla: un grosso gatto con un sonaglio al collo lo graffiava, miagolando forte.

  «Sveglia, pendaglio da forca! Sveglia!»

  Lo sfregiato balzò a sedere, ansimando. Si guardò attorno: la ragazzina si era come evaporata. Solo muri scrostati e puzza di urina. Con fastidio, ricordò che la notte prima, mentre la aspettava, era stato arrestato.

  La guardia smise di scuoterlo e lo rivolse uno sguardo di disprezzo. Prima di andarsene, indicò il vassoio sul pavimento:

  «Bevi l’acqua e mangia il pane. Fra poco verranno a prenderti».

  Poi si voltò, facendo tintinnare il mazzo di chiavi, e uscì. La porta della cella si chiuse con un tonfo sordo.

  Rimasto solo, lo sfregiato socchiuse gli occhi con una smorfia: a quanto pareva, il suo contatto stava rispettando il tacito patto. Ma perché l’“amico” tardava tanto a farlo uscire? Con un gesto rabbioso diede un calcio al vassoio; la tazza di metallo rotolò via. L’acqua si rovesciò, subito assorbita dal pavimento in terra battuta.

  «Almeno mi avessero lasciato tabacco e cartine…» borbottò.

  Stizzito, prese a camminare avanti e indietro nel ristretto spazio della cella, tra le sbarre della porta e la feritoia da cui filtrava un po’ di luce. Ripensò all’inebriante sogno bruscamente interrotto e a come trasformarlo in realtà. La bimba: proprio un bel tipino si era rivelata! Se voleva prenderla, doveva affinare il gioco e stare più in guardia di prima. Ma per il momento, ciò che lo irritava davvero era aver perso una nottata di lavoro. Gli seccava soprattutto per le sue pupille, che di certo avevano approfittato della situazione per battere la fiacca. Quanto alla ragazza del pane, era deciso a offrirla su un piatto d’argento a chi sapeva lui.

  Trascorsa un’altra quindicina di minuti, un poliziotto in borghese aprì la cella.

  «Avanti: esci!»

  Lo sfregiato gli scoccò una delle sue occhiate da galletto. Si alzò e si avviò con lentezza lungo il corridoio. “Finalmente!” si disse, “ora sì che si ragiona”.

  Pregustava già il carajillo, il caffè corretto che gli avrebbero servito al Cuevas, ma l’illusione fu breve: a pochi metri dall’atrio, il poliziotto gli serrò una mano sul braccio e lo spinse con decisione dentro una stanzetta con un tavolo e quattro sedie. Si sedette e lo costrinse a fare lo stesso, strattonandolo senza tanti complimenti. Gli altri due posti erano già occupati. Le sue proteste furono accolte da un muro di silenzio. Quando smise di vociare, squadrò gli uomini che aveva di fronte e riconobbe il più anziano. Era l’ispettore Montenegro.

  «Rajao! Ti piace il nostro albergo?»

  «Mi trattenete illegalmente!», gracchiò il prosseneta, in tono offeso.

  Il poliziotto sghignazzò: «’Illegalmente’… Parola grossa, detta da te. Cosa mi dici del tuo far la posta alla garzona della pasticceria svizzera?»

  «Far la posta? Ma che dice?! L’ho incrociata per caso ieri mattina. L'ho aiutata, sennò le si sarebbe rovesciato tutto il carico!»

  «Come fai a sapere che si tratta della stessa ragazza?»

  Il delinquente rispose senza battere ciglio: «Si è presentata lei.»

  «No che non lo ha fatto!» scattò Montenegro, sbattendo una mano aperta sul tavolo. Poi, abbassando la voce, riprese:

  «Tornando all’età… è molto, ma molto giovane. E molto, ma molto carina.»

  Lo sfregiato rimase impassibile. Ci fu un silenzio carico. L'ispettore riprese con tono aspro: «La volevi irretire per i tuoi traffici infami!»

  «Ma che dice ispettore?!» si difese «Sono un onesto uomo d’affari e il mio lavoro è impeccabile.»

  «Oh, certamente! Quando si tratta di approfittare delle ragazzine sei impeccabile, non c’è dubbio.»

  «Le salvo dalla fame più nera!» si difese lo sfregiato gonfiando il petto.

  Nel bel mezzo di quel balletto verbale, l’agente di guardia si affacciò all’uscio, visibilmente imbarazzato per l’interruzione:

  «Mi scusi, ispettore… La richiedono con urgenza al telefono.»

Primo ottobre – ore 06:00, quattordici ore prima che il Rajao venga arrestato

  Come ogni mattina, Lola iniziò il suo giro di consegne. Quando passò dal punto in cui, il giorno prima, si era incastrata la ruota del carretto, le tornò in mente l’inquietante sorriso dell’uomo con la cicatrice. Scacciò quel ricordo sgradevole concentrandosi sull’acciottolato e facendo attenzione a evitare la zona dissestata.

  Un’ora e un quarto più tardi, dopo aver sbrigato le consegne con insolita rapidità, scendeva di buon passo per la Cuesta de Gomérez, trattenendo il carretto come poteva. “Oggi farò colazione prima del solito”, pensò compiaciuta.

  All’altezza di Calle Ánimas per poco non travolse un uomo che era sbucato all’improvviso da quella traversa. Frenò di botto, trasalendo, e si spaventò ancora di più quando riconobbe il sorriso da lupo dell’uomo con la cicatrice.

  «Ma guarda chi si vede!» esclamò lui, come se la conoscesse da sempre.

  Prese subito a parlare fitto. Con aria affabile le raccontò che veniva da una visita agli anziani genitori, cui aveva portato dei fichi freschissimi. Intanto, come per caso, le sbarrava il passo. Continuò a blaterare, infarcendo le sue ciance di domande e complimenti: per chi lavorava, quanti anni aveva, fino a che ora doveva lavorare, quanto era abile a guidare il carretto e via dicendo. La garzoncella, visibilmente a disagio, riuscì a dire:

  «Ora devo andare.»

  Ma lui non mollò:

  «Ho una figlia della tua età, sai? Dovete assolutamente conoscervi!»

  Con tono autoritario aggiunse che era invitata a cena per quella stessa sera.

  «Non accetto un no! Ti aspetterò in Plaza del Carmen alle 20.00.»

  Le rivolse uno dei suoi sorrisi da far accapponare la pelle e si allontanò a grandi falcate in direzione di Plaza Nueva, senza lasciarle il tempo di rispondere.

  Le guance della giovane bruciavano per l’umiliazione: non aveva saputo reagire con prontezza alle chiacchiere di quell'uomo ripugnante. Ora, quello era convinto che, giunta la sera, lo avrebbe raggiunto in piazza. Soffocata dal senso di colpa e da un vago terrore, riprese la via a passo accelerato. Appena arrivata in bottega, corse dalla padrona. Raccontare le circostanze del duplice incontro con l’uomo dalla cicatrice fu un vero tormento. In pochi minuti si ritrovò a pronunciare più parole di quante non fosse solita articolare in un’intera giornata. Si trovavano sul retro del negozio. Non appena ebbe finito di spiegarsi, la Doña le cinse le spalle dicendol:

  «Aspetta qui».

  Lola annuì docile e la seguì con lo sguardo mentre si avvicinava al marito. Vide la conversazione farsi accesa. Erano in disaccordo, questo lo capì dai gesti e dal tono, sebbene parlassero a bassa voce. “Precauzione inutile” pensò la garzoncella “non capisco una parola della strana lingua che parlano.” A un tratto, la padrona si voltò di scatto e tornò accanto a lei. Si mise il cappello, afferrò la borsetta, ne sfilò i guanti senza indossarli, e la prese per mano:

  «Andiamo!», intimò con decisione. Lola rimpianse di non averle raccontato l’accaduto soltanto dopo colazione.

  Attraversarono Plaza del Carmen in direzione del quartiere del Realejo. Ben presto intuì la loro meta: erano dirette in commissariato. E capì anche il motivo del disaccordo tra i padroni: il signore non vedeva affatto di buon occhio la familiarità tra sua moglie e l’ispettore.

  La piccola sentì un nodo alla gola. Avrebbe dovuto starsene zitta, ignorare tutto e non raccontare nulla? No, si disse, aveva fatto bene a parlare. Da sola non ce l’avrebbe mai fatta a togliersi di torno l’uomo dalla cicatrice. Conosceva fin troppo bene gli sguardi che le aveva scoccato: lui era il lupo; lei la pecorella.

  Al distaccamento di polizia dovette ripetere tutto a Montenegro, sotto il cui sguardo severo si sentì rimpicciolire. Non poteva evitarlo: era gentile, ma le incuteva soggezione. Per fortuna la Doña non smise mai di tenerle la mano e incoraggiarla. Infine, l’ispettore le mise davanti un grosso classificatore rilegato in nero:

  «Guarda queste fotografie», le disse. «Se riconosci l’uomo che ti ha infastidita, me lo devi dire subito! D’accordo?»

  Lola annuì. Non ci mise molto a individuarlo. Fu così che scoprì il suo nome: lo chiamavano “el Rajao”, lo sfregiato.

Primo ottobre – intorno alle 18:00, due ore prima dell’arresto del Rajao

  Anche quella sera, lo sfregiato si era messo in ghingheri: oltre al fazzoletto di seta, aveva aggiunto il tocco finale impomatandosi con cura i capelli. Compiaciuto del proprio aspetto, uscì dal Cuevas de Juan, il suo quartier generale al limitare del Sacromonte e attraversò l’Albaicín con passo tronfio, scendendo per vicoli e scalinate fino a Calle Elvira. Da lì proseguì lungo via Reyes Católicos, diretto a Plaza del Carmen, luogo dell’appuntamento. Arrivò con largo anticipo: non voleva correre il rischio di lasciarsi sfuggire la ragazzina.

  In un crescendo di bramosia, mentre già pregustava le ore che avrebbe trascorso con lei, cominciò ad arrotolarsi una sigaretta. Concentrato nell’operazione, non notò gli agenti che gli si erano stretti ai lati. Quando lo afferrarono per le braccia, sussultò e lanciò un grido, lasciando cadere a terra tabacco e cartine.

  Lo sfregiato si guardò intorno, frastornato:

  «Ma… che volete?»

  Una guardia barbuta gli disse: «Su, non fare storie.»

  «Mi avete scambiato per un altro!» protestò, cercando di divincolarsi.

  «Nessuna confusione. Tu vieni con noi.»

  A parlare era stato un agente in borghese, con un inconfondibile accento sivigliano. Sulle prime, complice lo spavento, lo sfregiato non lo riconobbe. Poi ricordò: era il vice ispettore, quello a cui piaceva andare per taverne e far baldoria.

  L’agente barbuto lo strattonò con forza:

  «Andiamo!»

  Dalla finestra al primo piano di un edificio prospiciente la piazza —proprio sopra la pasticceria dove viveva con i suoi datori di lavoro— Lola, insieme alla Doña, osservava in silenzio gli agenti portare via l’uomo con la cicatrice.

2 ottobre, ore 08:30 – Esito dell’interrogatorio

  Montenegro lasciò la sala degli interrogatori e si affrettò verso il proprio ufficio, dove lo attendeva la telefonata urgentissima.

  «È dal tribunale», lo aveva avvisato l’agente all’accoglienza. Dopo appena tre minuti tornò. Aveva il volto contratto.

  «Rajao, in piedi», ordinò con tono secco.

  L’altro ubbidì. Montenegro gli si avvicinò:

  «Abbiamo finito. Per oggi…»

  Il vice ispettore che lo aveva scortato già gli stava afferrando il braccio per riportarlo in cella, ma il superiore lo fermò con un cenno. Poi si rivolse allo sfregiato:

  «Puoi andare.»

  Il prosseneta si avviò verso l’uscita con aria strafottente, ma Montenegro gli sbarrò la strada:

  «Stai bene attento! Non azzardarti mai più ad avvicinare quella bambina!» scandì.

  «Non ho fatto nulla d’illegale. Al contrario: sono un benefattore!» ribatté lo sfregiato.

  Dopodiché, ostentando un sorriso sghembo, abbandonò la stanza.

  «Jefe, perché lo ha lasciato andare?!» gli chiesero i subordinati.

  «Ordini dall’alto. Mi è stato detto che non abbiamo elementi sufficienti per trattenerlo. Il che sarebbe anche vero, ma dato il personaggio in questione…»

  Si strinse nelle spalle: «Non capisco tutta questa fretta nel liberarlo. Ma tant’è. Non possiamo sottrarci agli ordini.»

2 novembre – Giorno dei Morti, ore 12:00, un mese dopo il rilascio del Rajao

  Lola camminava verso casa della sorella maggiore, che abitava nell’Albaicín. Insieme sarebbero salite al cimitero di San José per far visita alla tomba dei genitori. Senza l’ingombro del carretto, procedeva leggera tra le strettoie dell’antico quartiere arabo. Era incantevole nel suo vestito della festa color vino, con le gambe agili fasciate dalle calze nuove e le scarpe di cuoio regalatele dalla padrona.

  Giunta in Plaza Larga, vide un banchetto stracolmo di fiori. Una donna richiamava i passanti:

  «Fiori freschi per i defunti! I più belli e profumati di Granada!»

  Lola esitò, indecisa se acquistare un mazzolino con le poche monete che aveva in tasca. Rinunciò e proseguì in direzione alla chiesa di San Bartolomé, nei pressi della quale abitava la sorella con i figli e il marito.

  Era mezzogiorno, e la piazza era gremita di persone che si crogiolavano al sole. Passò accanto a un crocchio di ragazzine che ridevano sguaiate. Alcune stavano persino fumando. Non notò il Rajao, seduto al tavolino di una terrazza, da dove teneva d’occhio le sue pupille. Agli sgradevoli incontri con quell’uomo e alle sue intenzioni non pensava più da settimane. Lui, invece, non l’aveva mai dimenticata e non appena la vide apparire sulla piazza, la riconobbe subito. La guardò mentre passava accanto a Teresita. Memore dell’avvertimento di Montenegro, si trattenne a stento dallo scattare in piedi e agguantarla. Un fremito gli attraversò lo stomaco. Dentro di sé, pensò:

  “Sei la più preziosa delle gemme, bambina. Vali un Perù e troverò il modo di farti brillare nella notte!”

  Lo sfregiato la seguì con sguardo avido, finché la treccia bruna, che a ogni passo oscillava sfiorandole i fianchi, non scomparve tra i vicoli.⁠

  ⁠Lola, ignara di quegli occhi che la braccavano da lontano, si allontanava senza sospettare che l’ombra del passato stava per raggiungerla e risucchiarla in un nuovo vortice di pericoli.

  Cara lettrice, caro lettore,  

  ti starai chiedendo che ne sarà di Lola e se il Rajao finirà dietro le sbarre. 

  Per scoprirlo, ci vorrà ancora un po’ di pazienza. Non posso svelarti di più, almeno per ora. Non vorrei toglierti il piacere della scoperta, soprattutto perché i loro destini si intrecciano con gli eventi del mio romanzo d’esordio, ancora inedito.

  Ma se questa breve avventura ha acceso la tua curiosità, significa che hai già varcato la soglia del mio mondo narrativo. Per me sarà un privilegio, poterti accompagnare molto presto oltre.

  Sarà un privilegio per me potervi accompagnare molto presto oltre.

© 2025. Tutti i diritti riservati.Design by eneka.design